2 Novembre 2015 Commenti disabilitati su Rassegna Stampa 2 novembre 2015 Visualizzazioni: 626 Rassegna stampa

Rassegna Stampa 2 novembre 2015

MERCATO ASSICURATIVO

Balbinot: «Assicurazioni, inutile la vigilanza unica. Non c’è rischio sistemico»

Il manager di Allianz e presidente della lobby europea (Insurance Europe, ndIMC): “Noi siamo diversi dalla banche e finora ben vigilati”. Il piano Juncker rivisto è “un passo nella giusta direzione, ma non basta per far confluire i premi nelle infrastrutture”

Oltre che consigliere di Allianz e responsabile dei suoi mercati nel Sud e Ovest Europa (dopo un trentennio ai vertici in Generali), Sergio Balbinot (nella foto) è presidente di Insurance Europe, la lobby degli assicuratori che vive una fase cruciale, a due mesi dall’entrata in vigore dei nuovi requisiti patrimoniali. Su cui da un decennio lavora la Commissione europea (Solvency 2) e che arriva in un momento particolare dei negoziati perché i colossi delle polizze sono chiamati a essere un pilastro del piano Juncker da 300 miliardi volto a rilanciare le economie del Vecchio continente.

Presidente Balbinot, dal 1° gennaio le assicurazioni europee saranno valutate con il parametro patrimoniale Solvency 2, ma le divergenze di calcolo tra i paesi possono essere grandi. Cosa accadrà?

«Solvency 2 è progettato per armonizzare i regimi di solvibilità in Europa. Mentre gli assicuratori ne completano l’implementazione, emergono diverse sfide. Tra queste, ulteriori requisiti nel suo recepimento negli ordinamenti nazionali, o le interpretazioni conservatrici di alcune vigilanze locali. In molti casi questo può creare problemi, specie quando si chiedono agli assicuratori nuovi requisiti in un tempo molto breve».

Come visto per Delta Lloyd in Olanda, c’è ancora discrepanza tra soglie di legge, richieste dei controllori e auspici del mercato. Come vi regolerete?

«Uno degli obiettivi di Solvency 2 è aumentare la trasparenza pubblica, benché la vigilanza avrà molte più informazioni. Presto il mercato avrà molti più dati sulle compagnie».

Anche l’Ivass ha ammesso che Solvency 2 è troppo complessa. Come semplificarla?

«In effetti Solvency 2 ha una cornice complessa, con oltre 3.000 pagine per descriverla. La nostra priorità è completare l’attuazione. Circa le semplificazioni, ritengo che nell’immediato andrebbe garantito il principio di proporzionalità della norma, che permetterebbe alle compagnie più piccole e semplici di adeguarsi in modo semplificato: ma si sta rivelando un problema per loro ottenere gli specifici nulla osta. Più avanti, nei processi di revisione di Solvency 2, si dovrà cercare di semplificarne l’architettura».

Si dice che gli assicuratori abbiano trattato a Bruxelles la mitigazione di Solvency 2 (con “sconto” sul patrimonio allocato in infrastrutture) conia disponibilità a mettere soldi nel piano Juncker. Che ruolo giocherete?

«Le assicurazioni, che con quasi 10mila miliardi di euro di attivi sono il primo investitore istituzionale europeo, accolgono con favore il piano. Molte compagnie sono pronte a investire di più nelle infrastrutture, che possono avere caratteristiche adeguate di rischio, diversificazione e rendimento a lungo termine. Siamo tra i pochi investitori in attivi illiquidi, detenendo passivi a lungo termine. Il piano Juncker permette di affrontare due problemi: sul lato dell’offerta, perché non c’erano abbastanza progetti su cui investire, su quello normativo, dove Solvency 2 ha creato ostacoli significativi. La proposta della Commissione di una classe di infrastrutture con riduzioni di capitale allocato è un passo nella giusta direzione: ma temiamo non sarà sufficiente, e bisognerà fare di più nella revisione di Solvency 2».

Oltre all’Ue, c’è anche il Financial stability board che studia criteri più stringenti per le compagnie “sistemiche” (tra cui Allianz e Generali). Vi sentite nel mirino come le banche?

«Vorrei precisare che l’assicurazione tradizionale non ha rischi sistemici: un concetto che purtroppo è stato esteso anche al nostro settore. Gli assicuratori sono molto ben controllati in Europa e nella maggior parte delle giurisdizioni del mondo. Penso ci si debba concentrare su meccanismi forti di monitoraggio interno e supervisione nei maggiori gruppi, valutandone l’adeguata gestione interna dei rischi. Invece sembra che il focus sia sullo sviluppo di nuove misure sul capitale, che chiamano altro capitale».

Non è che i lavori in corso su Solvency 2 e sui rischi sistemici preludono all’avvento di una “vigilanza unica assicurativa”, tipo quella bancaria?

«Non ne vediamo la necessità in questa fase: la vigilanza sugli assicuratori si è dimostrata appropriata. Con Solvency 2 avremo un quadro europeo molto sofisticato, da attuare con la giusta attenzione. Anche in futuro, prima di considerare una vigilanza unica, ne andrà individuata e spiegata una chiara motivazione, perché il razionale dell’Unione bancaria non si applica alla nostra industria. Comunque un controllo a livello Ue non dovrebbe ricalcare quello bancario: i due settori hanno importanti differenze. Penso che gli esiti e le lezioni dal progetto di Unione bancaria andranno valutati con cura prima di estenderla ad altri settori».

Quali sono i peggiori rischi emergenti per gli assicuratori, oltre quelli tipici dell’industria? Rischi di mercato, rischi di credito, altro?

«L’assicurazione è un business molto vario e così variano i suoi rischi. Un punto di attenzione è che Solvency 2 tende a enfatizzare il “rischio spread”. Tuttavia, pochi assicuratori vi sono esposti: in realtà sono esposti ai rischi di default, che sono di tipo molto inferiore».

I tassi più bassi della storia minano la redditività di molti assicuratori: cosa fa Insurance Europe a riguardo?

«Tassi bassi per un periodo prolungato sono chiaramente una sfida e vi sono diverse azioni che le aziende stanno attuando. In primo luogo, cercare investimenti che forniscano un livello adeguato di rischio/rendimento alle condizioni di mercato attuali; comprese le infrastrutture. Inoltre, si stanno abbassando i rendimenti delle polizze garantite, e in alcuni casi si riprogettano i prodotti. Infine si sta ottimizzando la gestione di attività e passività».

Repubblica Affari & Finanza

Nemmeno la polizza vita è un’isola felice

Dopo i fasti dei primi tre mesi dell’anno, che hanno regalato soddisfazioni un po’ a tutte le categorie di investitori, favoriti da mercati in netta ascesa, i sei mesi successivi sono stati di ben altro tenore e oggi per molti il saldo, da inizio anno, comincia a oscillare tra segno più e segno meno. Sul fronte del reddito fisso i tassi sono ormai ai minimi e da mesi e mesi gli investitori sono angosciati dalle prospettive di inversione di tendenza. Fa sorridere, anzi, che ultimamente abbiano cominciato a tormentarsi per il motivo opposto, cioè la presunta indecisione della Fed di risolversi a effettuare finalmente questo benedetto rialzo. Paradossi della finanza moderna.

Chiaramente in questo contesto ha buon gioco, per esempio, un collocatore di azioni come Poste che in occasione della sua quotazione gioca la carta dell’alto rendimento che il suo titolo sarebbe in grado di assicurare, sommando una bonus share del 5% e un dividendo preannunciato (non certo garantito) che dovrebbe aggirarsi sul 4-5% del prezzo di collocamento. Ragionamento che sta in piedi, è bene saperlo, nel caso in cui il prezzo dell’azione riesca a mantenersi quanto meno al valore di collocamento, cosa non impossibile ma nemmeno da dare per scontata.

Giusto per restare in argomento, visto che all’interno del variegato mondo delle Poste italiane il business assicurativo è il secondo per importanza (dopo il finanziario), non è di poco conto la notizia che anche le promesse di rendimento delle polizze vita si vadano adeguando al ribasso dei tassi, quasi azzerati, a conferma che in un contesto del genere non è sensato aspettare che esistano – o resistano a lungo – isole felici. Nei giorni scorsi l’Ivass, organo che vigila sul settore, ha indicato alle assicurazioni di ridurre dal 4 al 3% il tasso di rendimento da utilizzare nel mettere a punto i progetti esemplificativi e a cui si ricorre anche per calcolare l’indicatore sintetico dei costi delle polizze. Il progetto esemplificativo di sviluppo dei premi, delle prestazioni assicurative e dei valori di riscatto della polizza è uno strumento a favore dei clienti, ai quali deve essere illustrato prima della firma del contratto e che contiene proiezioni effettuate in base a due diversi valori: da una parte il tasso minimo di rendimento garantito contrattualmente dalla compagnia e dall’altra un’ipotesi di rendimento annuo costante delle gestione separata di attivi a cui è collegata la polizza, fissato appunto dall’Ivass e che da gennaio dovrà, appunto, scendere al 3%. E il motivo del taglio è semplice: «L’analisi dei livelli di rendimento realizzati dalle gestioni separate, cui sono collegate le polizze», ha rilevato l’Ivass, «ha evidenziato una significativa riduzione del numero delle gestioni separate che hanno realizzato tassi almeno pari al 4%». Purtroppo per i sottoscrittori di polizze, che forse avevano appeso più di una speranza a questa ipotesi di rendimento, anche il tasso al 3% può risultare affetto da eccessivo ottimismo perché – fa notare sempre l’organo di controllo sul settore – «anche i tassi medi di rendimento dei titoli di Stato che devono essere inseriti nei fascicoli informativi e posti a confronto delle gestioni separate mostrano un trend decrescente».

I conti col mercato, in altre parole, lo devono fare anche le polizze vita, strumenti che da diverse stagioni sono uno dei più robusti cavalli di battaglia anche di diverse reti di pf. Auspicabilmente dopo aver messo in guardia i sottoscrittori delle variabili che colpiscono anche da queste parti.

MF

Dopo casa e mutuo, polizze a confronto

La copertura protettiva sulla perdita del posto, o legata alla salute, va cercata mettendo tutti in concorrenza

Costi accessori e polizza Cpi sono da mettere in conto per valutare a tutto tondo l’impegno economico della famiglia. In questo momento condizioni di tasso favorevoli e ampia disponibilità di immobili a prezzi calanti (salvo alcune località storicamente ambite o aree in ripresa economica) potrebbero indurre il cliente a fare tutto fin troppo in fretta.

Valutare con calma

La finestra per comprare e finanziarsi bene resterà aperta ancora per un po’, dicono invece gli operatori e osservatori del mercato. Con buone prospettive per il prossimo anno.

«Al netto dei contratti stipulati per sostituire i vecchi con nuovi a condizioni più vantaggiose – dice Umberto Pilotto, segretario generale di Assofin, si registra una significativa crescita delle erogazioni di nuovi mutui per l’acquisto della casa nei primi nove mesi dell’anno. È il sintomo di un reale ritorno di interesse da parte dei consumatori verso l’investimento immobiliare ed il trend è destinato a consolidarsi nella parte finale del 2015». Per quanto riguarda il 2016 «da una parte il miglioramento del clima di fiducia delle famiglie e la prevista riduzione della tassazione sulla prima casa pongono le premesse per una crescita della domanda di mutui, dall’altra il livello di liquidità del sistema bancario e l’andamento dei tassi lasciano prevedere un ulteriore aumento delle erogazioni».

Occorrerà prendere confidenza per chi non ha liquidità sufficiente oppure avendola preferisce l’indebitamento ai tassi attuali, con il punto di vista delle assicurazioni che offrono le polizze di protezione del risparmiatore e che ovviamente proteggono anche il prestatore di denaro. Le coperture riguardano il decesso, la perdita del posto di lavoro, invalidità totale e permanente oppure temporanea. Vengono coperti anche i ricoveri ospedalieri. Fra le variabili che influenzano il costo della polizza c’è l’età del sottoscrittore, la professione e se fumatore. Valgono poi le regole dell’importo e della durata del finanziamento.

Abbinate al mutuo

Ad oggi, la sottoscrizione contestuale al mutuo oscilla tra il 30% e il 50% dei finanziamenti concessi in Italia. Sono state toccate in passato percentuali maggiori. L’importo dei premi aumenta con la durata del mutuo ed è evidente che una ripresa delle erogazioni fa gola anche alle compagnie. Si sta cercando, faticosamente, di spezzare la catena che inevitabilmente portava il cliente ad accedere al mutuo in abbinata con la compagnia del gruppo bancario o legata da forti partnership. Non è in teoria possibile vincolare il finanziamento casa: bisogna offrire almeno due alternative al cliente e lo stesso risparmiatore deve saper trovare polizze più convenienti. Il decreto “liberalizzazioni” convertito nella legge numero 27 del 24 marzo 2012, prevede fra l’altro che il cliente possa ricercare (entro 10 giorni) una polizza più conveniente che deve essere accettata, senza variare le condizioni del prestito. Non è facile soprattutto se si ha fretta di chiudere l’operazione casa. Per evitare che il finanziamento possa essere condizionato dalla scelta della compagnia amica, regole nazionali ed europee hanno chiesto un po’ di concorrenza. Si sono mosse Ivass e Banca d’ltalia, in attesa di recepimenti di direttive Ue, dove vale il principio di vendite abbinate solo con condizioni di favore per il risparmiatore.

La guida pratica Ivass

Ivass ha messo a disposizione dei risparmiatori una Guida pratica (www.educazioneassicurativa.it) con i dieci aspetti da valutare attentamente prima di sottoscrivere una polizza. Fra l’altro, in caso di trasferimento di un mutuo da una banca all’altra, i tempi di restituzione della quota di premio unico e le spese trattenute in nessun modo devono scoraggiare il cliente o determinare oneri ingiustificati.

Plus 24 Ore

Rc auto Tecnologia e multe: le guerre vinte (dagli altri)

Dalla Germania alla Gran Bretagna — dove guidare senza assicurazione del mezzo è un reato penale e i veicoli non assicurati sono meno del 3% — alla polizza di default imposta in Estonia. Facciamo un viaggio nei sistemi di controllo e prevenzione del Vecchio Continente, due settimane dopo la «smaterializzazione» del contrassegno Rc auto nel nostro Paese. Dopo 45 anni dall’introduzione della copertura Rca, dal 18 ottobre è caduto l’obbligo — per i 45 milioni di veicoli circolanti in Italia — di esposizione sul parabrezza del tagliando. Le forze dell’ordine potranno verificare con strumenti elettronici (Autovelox, Tutor, varchi di zone a traffico limitato, Telepass) il rispetto dell’obbligo di assicurare il veicolo, eluso nel nostro Paese da 3,9 milioni di automobilisti.
Faranno fede due banche dati: quella della Motorizzazione civile e quella dell’Ania. Per gli automobilisti c’è un’app «Ipatente» della Motorizzazione con cui verificare dalla targa se un’autovettura è regolarmente assicurata.
Pericoli seri
In Italia quasi il 9% dei veicoli risulta non coperto dall’Rc auto: oltre a violare la legge (la sanzione amministrativa va da 841 a 3.287 euro) circolare senza assicurazione mette a repentaglio la sicurezza di persone e cose, con ingenti danni alla collettività. Il Fondo di garanzia vittime della strada (Fgvs) gestito da Consap si occupa di risarcire nei limiti dei massimali minimi di legge i danni causati da veicoli non assicurati o assicurati con imprese «fallite», provocati da «pirati della strada» (veicoli non identificati) o da auto rubate. È alimentato da un contributo pari al 2,5% del premio Rc auto. Nel 2014 ha pagato 534 milioni di euro mentre da quando è stato istituito ha liquidato 7,8 miliardi e altri 2,9 miliardi di sinistri sono pendenti. Meno automobilisti pagano le polizze, meno risorse ha il fondo. È evidente quanto sia importante rafforzare la caccia ai veicoli «scoperti».
In altri Paesi europei la lotta alle vetture non assicurate attraverso l’utilizzo di banche dati informatizzate ha portato eccellenti risultati, come in Gran Bretagna. Nella tabella è indicato il livello di veicoli circolanti e di quelli sprovvisti di assicurazione Rc Auto in 14 Paesi europei: si va dal preoccupante tasso dell’ 8,7% detenuto dall’Italia (il parco circolante è pari a 45 milioni, fonte Ania), al 2,8% della Gran Bretagna, dove marciano 35,8 milioni di veicoli (fonte Dvla). Anche la Spagna fa meglio di noi: 0,35% di senza polizza su 33 milioni di parco macchine (Fonte Unespa). E ancora: la Germania con solo lo 0,04% di trasgressori su 53,7 milioni (fonte Gdv).
Guerre
I risultati degli altri, spesso, vengono dalla combinazione tra guerre informatiche e pene severe. In Gran Bretagna guidare senza polizza è un reato penale. L’uso di banche dati in dieci anni ha fatto crollare del 50% i numeri di chi va in giro senza copertura. Anche in Germania guidare senza assicurazione è un reato penale: non esistono contrassegni sul parabrezza, ma un sistema efficiente di registrazione e controllo con l’obbligo da parte della compagnia assicuratrice di notificare la cessazione del contratto presso la Motorizzazione. In Belgio si utilizza il database Veridass, che confronta le informazioni targa-licenza con le informazioni dell’assicurazione; i controlli dei veicoli a motore e strada avvengono con telecamere intelligenti. In Polonia il Fondo di garanzia ha un database di tutti i guidatori e di tutte le polizze e controlla le scadenze delle assicurazioni per individuare i conducenti che non prolungano la polizza, ma hanno comunque la proprietà dell’auto. In Estonia un’assicurazione automatica con un premio molto elevato viene assegnata di default dal Fondo di garanzia ai veicoli privi di assicurazione: un incentivo per i proprietari di auto a mettere in regola i loro veicoli nei tempi giusti o a cancellarli se non più circolanti.

 CORRIERE ECONOMIA

Veicoli, casa e persone: serve un menu di polizze 2.0

La Rete modificherà in modo strutturale il modo di operare delle compagnie tradizionali. E gli assicuratori dovranno fare i conti con nuovi, temibili concorrenti. Per questo a livello internazionale, le imprese del settore che nel corso del 2015 hanno lanciato prodotti basati sulle tecnologie di Internet sono triplicate rispetto al 2014.
Sono queste le indicazioni che emergono dalla «Technology vision for insurance 2015», una ricerca della società di consulenza Accenture che analizza l’impatto che le nuove tecnologie avranno nel settore assicurativo nei prossimi tre-cinque anni. Lo studio si i basa su un’indagine condotta a livello globale che ha coinvolto un campione di 221 responsabili di imprese assicuratrici in nove fra i paesi più sviluppati del mondo.
Cambiamento
L’Internet delle cose, vale a dire l’universo di dispositivi intelligenti, processi, servizi e strumenti che comunicano fra loro come parte di un ecosistema globale, è destinato a rivoluzionare anche il comparto della gestione dei rischi.
«Sebbene per il momento non sia ancora fonte di flussi di ricavi importanti, il tradizionale modello di business delle compagnie diventa meno sostenibile nel lungo termine — spiega Daniele Presutti, Managing director e responsabile assicurazioni di Accenture per Italia, Europa centrale e Grecia —. La causa risiede nella rapida accelerazione con cui l’Internet delle cose sta rivoluzionando il mercato e la relazione con i clienti. Gli assicuratori tradizionali devono adattarsi velocemente, e decidere se adeguarsi oppure essere tagliati fuori».
Nuovi prodotti
L’innovazione nell’offerta è sempre più veloce: le polizze collegate a dispositivi telematici o sensori stanno infatti registrando una forte crescita. Nel settore auto, per esempio, l’Italia è leader mondiale nel segmento delle scatole nere, con oltre tre milioni di dispositivi installati su un parco di quaranta milioni di vetture, e una trentina di prodotti assicurativi dedicati. Accanto al leader UnipolSai, polizze abbinate a questo sistema di rilevazione vengono offerte da altre compagnie: Intesa Sanpaolo Assicura, per esempio, distribuisce agli sportelli bancari del gruppo solo prodotti con scatola nera. Secondo Accenture, le polizze di questo tipo triplicheranno nel 2020, arrivando a circa il 98% delle auto di nuova immatricolazione e a un terzo del totale.
Casa & persona
Alla Rc auto si stanno affiancando la protezione della casa, con sensori che rilevano emergenze come fumi e perdite d’acqua, e quella della persona, attraverso dispositivi che tengono sotto controllo lo stato di benessere. Nel giro di cinque anni la loro penetrazione dovrebbe passare dal 6% al 39% per la casa e dall’8% al 40% per la salute. Secondo il Ddi (Digital density index), un parametro messo a punto da Accenture che misura la densità digitale dei vari paesi, l’Italia accusa un forte ritardo rispetto agli altri paesi ma presenta un buon potenziale di sviluppo: un rilevante incremento dell’indice potrebbe generare una crescita aggiuntiva del Pil dello 0,25%, pari a circa 80 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. L’80% delle compagnie mondiali ritiene che l’Internet delle cose rivoluzionerà il modo di fare business incidendo sulle caratteristiche fondamentali del settore.
Investimenti
«Il 2015 è un anno di grande accelerazione negli investimenti delle imprese assicuratrici in termini di innovazione digitale e introduzione di servizi che hanno ampliato l’offerta alla clientela — spiega ancora Presutti —. In questo scenario il prodotto assicurativo diventa solo uno dei componenti, altamente personalizzato, legato al bisogno del cliente, con prezzo ad hoc e legato ad un device tecnologico. L’80% del panel di consumatori intervistati dichiara di essere disponibile a fornire i propri dati personali in cambio di servizi legati ai propri bisogni». Fra le compagnie che si stanno attrezzando per il nuovo scenario ci sono le Generali, che hanno stretto una partnership con la sudafricana Discovery, società che ha un’offerta di prodotti assicurativi basati sulla telematica negli ambiti vita e salute. «La sfida per le compagnie è di non perdere il rapporto con i clienti, venendo relegate a un ruolo di piattaforme di quotazione dei rischi», conclude Presutti

CORRIERE ECONOMIA

Certificato assicurativo in macchina

Nonostante sia cessato l’obbligo di esporre sul parabrezza il classico contrassegno assicurativo in corso di validità, resta obbligatorio avere sempre al seguito il certificato assicurativo per non incorrere in sanzioni. Lo ha chiarito il ministero dell’interno con la circolare del 15 ottobre 2015.

La sostituzione dei contrassegni assicurativi prende il via con il dl 1/2012 che ha previsto il progressivo superamento del contrassegno assicurativo cartaceo entro il 18 ottobre 2015. Il ministro dello sviluppo economico ha poi emanato il regolamento che dettaglia la progressiva introduzione concreta della riforma. Di fatto non avviene alcuna sostituzione del tagliando con sistemi elettronici o telematici.

L’unica novità è rappresentata dalla riorganizzazione di una banca dati più puntuale per agevolare il controllo dei veicoli assicurati semplicemente dal numero di targa (anche attraverso il portale dell’automobilista per tutti gli utenti). Con la messa a regime della banca dati la polizia stradale può conoscere subito la situazione assicurativa di un veicolo. Oppure effettuare controlli in occasione del transito dei mezzi davanti a un autovelox, un tutor o un varco di accesso alle zone a traffico limitato. Ma di fatto non cambia molto. In pratica se l’automobilista viene fermato resta sempre tenuto a esibire anche il certificato assicurativo.

La polizia stradale non può ancora utilizzare alcun dispositivo ad hoc specificamente studiato per pizzicare i trasgressori incalliti in modalità automatica, senza contestazione. Anche se la legge lo prevede infatti al momento nessun sistema è stato omologato dal ministero dei trasporti per essere posizionato sulle strade a controllare i furbetti del tagliando. Resta però sempre possibile procedere al controllo massivo in strada con l’impiego dei diffusi sistemi di lettura targhe fissi o portatili.

In buona sostanza la pattuglia viene avvisata in tempo reale dal dispositivo che un dato veicolo non è regolare e in questo modo la polizia può procedere alla contestazione immediata dell’infrazione. Magari notificando per posta le altre infrazioni accertate nel frattempo dal dispositivo

ITALIA OGGI

RISPARMIO GESTITO

Dividendi da 5% (e più)

A Piazza Affari non mancano titoli che offrono un dividend yield superiore al 5%, più del triplo rispetto all’1,5% del Btp decennale A partire da UnipolSai (7,9%). Mentre la nuova quotata Poste rende il 5%

Con le cedole delle azioni di Piazza Affari oggi si può spuntare un rendimento che supera agevolmente il 5%, più del triplo del Btp a dieci anni che rende l’1,5%. Certo, a differenza di un titolo di Stato, in borsa non c’è garanzia del capitale. Ma anche con l’alternativa delle obbligazioni governative, oggi in diversi casi non solo non si guadagna più nulla, ma talvolta si perde.

I tassi a zero (se non sotto) sono la norma anche in Italia. È il caso dei 6 miliardi di Bot a sei mesi che all’asta del 28 ottobre sono stati aggiudicati a rendimenti negativi per la prima volta nella storia (-0,055%). Il giorno prima il Tesoro italiano aveva piazzato titoli a due anni sempre a un tasso negativo (-0,023%). Nonostante ciò, la domanda è stata superiore all’offerta perché le banche, piuttosto che parcheggiare denaro alla Bce che offre ancora meno (-0,2%), preferiscono limitare le perdite investendo in titoli di Stato, considerando anche che la banca centrale europea potrebbe abbassare i suoi tassi ancora di più.

In questo mondo alla rovescia, dove sempre più titoli entrano nel club dei tassi negativi, quella delle azioni ad alto dividendo è una strada da tenere in considerazione. Anche perché le politiche delle banche centrali puntano proprio a sostenere gli asset rischiosi come le azioni. E secondo gli analisti Piazza Affari oggi ha maggiori potenzialità di rialzo rispetto agli altri listini. L’idea diAnima  sgr ad esempio è a favore del mercato azionario italiano, soprattutto in vista delle attese mosse di Mario Draghi, presidente della Bce, che ha lasciato capire che a fine anno potrebbe potenziare la sua politica monetaria. «I tassi di crescita del pil non sono esaltanti, ma lo 0,9% previsto dal governo e l’1% stimato da Confindustria sono numeri superiori alle previsioni che gli analisti avevano formulato solo qualche mese fa. La politica accomodante della Bce continua ad avere un ruolo centrale sulla crescita, con l’indebolimento dell’euro che sta favorendo le esportazioni, aiutando al tempo stesso le imprese e il governo italiano a mantenere bassa la spesa per gli interessi. Pertanto sono ancora presenti le condizioni affinché il 2015, anche in chiusura d’anno, si confermi un anno positivo per l’Italia», affermano i gestori di Anima  sgr. MF-Milano Finanza ha elaborato la classifica delle quotate di Piazza Affari in base al prezzo attuale e ai dividendi sul bilancio 2015 attesi dal consensus degli analisti (dati FactSet). Tra le società più generose c’è UnipolSai : il titolo della compagnia guidata dall’ad Carlo Cimbri ha un rendimento da dividendo di quasi l’8%. Per molte società il dividend yield, ovvero il rapporto tra dividendo unitario previsto per l’esercizio 2015 (la stagione delle cedole si aprirà nella primavera del 2016 con l’approvazione dei bilanci 2015) e prezzo attuale dell’azione, è già sceso rispetto a qualche settimana fa perché, dopo la correzione estiva, a ottobre i mercati si sono ripresi e il denominatore, ovvero il prezzo dell’azione, in diversi casi è aumentato. C’è anche chi potrebbe tornare al dividendo. È il caso di Saras  (dividend yield dell’8,75%) che ha appena presentato il piano industriale 2016-19 in cui il gruppo della raffinazione della famiglia Moratti stima di raggiungere quest’anno un ebitda fra 740 e 760 milioni, ben oltre le stime attuali del consenso a 675 milioni. Nelle note delle banche di investimento i broker puntano a un ritorno al dividendo (l’ultimo risale al 2009). I conti del secondo trimestre, gli ultimi disponibili, sono stati forti, battendo il consenso del 47% a livello di risultato netto grazie all’eccellente performance della raffinazione. In alcune note le banche di investimento hanno scritto che il pagamento di un «grosso dividendo» non è solo un’ipotesi. La politica aziendale prevederebbe la distribuzione di un importo compreso tra il 40% e il 60% dell’utile netto adjusted.

Di recente si è aggiunto un altro big di Piazza Affari nella classifica delle azioni a dividendo potenzialmente elevato. ÈPoste italiane , che si è quotata il 27 ottobre a 6,75 euro, nella parte di mezzo della forchetta (6-7,5 euro). Il gruppo prevede una politica di dividendi generosa: «L’80% dei profitti», ha detto l’ad di Poste, Francesco Caio. In pratica un rendimento di oltre il 4,9% al prezzo attuale. Nel primo semestre 2015 il risultato netto è stato di 435 milioni ma Poste ha fatto sapere che nel secondo semestre è previsto un rallentamento, a causa dei costi della riorganizzazione. Le stime degli analisti sono orientate così a un utile 2015 di circa 520 milioni. Di conseguenza il dividend yield per il risparmiatore potrebbe essere di circa il 5%. Un’altra blue chip di Stato che da sempre ha un dividend yield interessante è Eni , anche se di recente lo ha dovuto ridurre. Il gruppo petrolifero prevede una remunerazione di 0,8 euro per azione nel 2015, che ai prezzi di oggi frutta un rendimento del 5,3%.

MF

Bnl, profitti a 54 milioni nei primi nove mesi

Bnl Banca Commerciale (gruppo Bnp Paribas) ha riportato nel terzo trimestre un utile ante imposte pari a 14 milioni di euro (+3 milioni di euro rispetto al terzo trimestre 2014). Nei primi nove mesi la banca ha registrato un utile ante imposte pari a 54 milioni di euro, in aumento di 42 milioni di euro rispetto ai primi nove mesi del 2014. «In un contesto economico in progressivo miglioramento, spiega l’istituto di credito, gli impieghi si attestano su livelli sostanzialmente in linea (+0,1%) con il terzo trimestre 2014», si legge in una nota della banca.

Investimenti a lunga scadenza

Le turbolenze che da fine estate stanno caratterizzando i mercati finanziari hanno riportato alla memoria alcuni passaggi della grande crisi che ci siamo messi da poco alle spalle. Non per l’intensità della caduta, ma perché diverse sedute sono state caratterizzate da un andamento negativo di tutte le principali asset class. Così, per chi non vuole restare in balia della volatilità di breve non resta che cercare di arricchire il proprio portafoglio con l’inserimento di asset decorrelati. All’investitore di lungo periodo si rivolgono, per esempio, le strategie basate sui megatrend, cioè sulle tendenze destinate a cambiare le vite di tutti noi negli anni a venire.

Cinque filoni. Capire quando è il momento giusto per investire sui grandi temi di domani è particolarmente arduo, ma di sicuro si può partire con piccole somme da destinare ai fondi e agli Etf specializzati nel settore. Sintetizzando le analisi economiche degli ultimi anni sono cinque i filoni di sviluppo più importanti che ci attendono. Innanzitutto i movimenti demografici, caratterizzati in primo luogo dai processi di urbanizzazione: se nel 1950 solo un terzo della popolazione mondiale viveva nelle città, da qualche anno vi è stato il sorpasso e nel 2030 si arriverà a due-terzi del totale. Questo porterà con sé anche forti ondate migratorie dall’Africa e più in generale dai paesi lacerati dai conflitti verso l’Occidente. Il secondo tema è l’invecchiamento della popolazione e le esigenze emergenti nel campo della salute, che portano in luce società specializzate nella farmaceutica, nelle tecnologie e nell’assistenza agli anziani. Vi è poi il tema della polarizzazione, sul fronte del tenore di vita e delle aspettative, tra grandi centri urbani e piccole realtà, con la necessità al contempo di investire sulle infrastrutture, anche con forme di collaborazione pubblico-privato.

Il quarto trend di grande interesse riguarda i cambiamenti climatici e la sostenibilità ambientale, con sanzioni crescenti (e quindi contrazione dei margini) per le società che maggiormente inquinano e nuove opportunità per le realtà specializzate nelle fonti rinnovabili e nell’ingegneria per l’ambiente.

Infine le diverse ramificazioni dell’innovazione tecnologica, che oggi riguarda in particolar modo l’interconnettività e il fintech, vale a dire l’hi-tech applicato ai bisogni di risparmio e di investimento.

Come investire. Indicato lo scenario, resta da capire come muoversi per cogliere i mutamenti in atto e quelli che si prospettano all’orizzonte. «I mercati appaiono di nuovo sulla via della stabilizzazione dopo lo shock estivo: è un buon momento per investire, cercando di non preoccuparsi dei trend di breve periodo che ancora possono accadere, e accadranno, sui mercati», commenta Daniele Vadori, responsabile investimenti azionari di Finint. Che vede un trend emergente nei mercati di frontiera, nazioni con capitalizzazioni di mercato generalmente più basse e meno liquidità rispetto agli emergenti più noti come Cina e India. «Il resto del portafoglio rimane doverosamente investito nei mercati sviluppati», avverte. Per poi ricordare l’importanza di investire almeno il 10-20% in «strumenti di liquidità, che garantiscano un rendimento pari o vicino all’inflazione e che consentano di entrare nelle asset class, soprattutto nel debito governativo, quando i rendimenti torneranno a salire». Fra i temi più interessanti a medio-lungo termine Vadori indica come molto promettente l’energia.

Focus sul biotech. Claudia Segre, segretario generale di Assiom Forex, segnala i trend a suo avviso più interessanti: «Oltre a un accesso alle cure mediche più efficiente, un altro tema caldo è l’approvvigionamento alimentare «fatto di scelte consapevoli e conseguente a un cambiamento delle abitudini alimentari». Proprio l’invecchiamento della popolazione mette sotto pressione le politiche governative volte ad assicurare livelli produttivi adeguati a soddisfare i fabbisogni alimentari.

E su questo Usa ed Europa sono in prima linea su politiche di incentivazione delle biotecnologie. «Si è creata una stretta connessione per alcuni settori finanziari e relativi prodotti che investono su: agricoltura, biotecnologie, cibo, servizi farmaceutici e sanitari, farmaceutica e software a questi dedicati», sottolinea Segre. Che sottolinea anche il boom da tempo in atto sui cosiddetti «farmaci generici», al centro delle politiche di incentivi dei giapponesi, che potrebbe aiutare a chiudere i differenziali tra i mercati sviluppati e quelli emergenti per l’approvvigionamento diffuso di farmaci che replicano quelli di marca e sono a basso costo», conclude.

ITALIA OGGI

Casse di previdenza e fondi sanitari si aprono all’economia reale

A casse di previdenza e fondi sanitari piace l’economia reale La maggioranza detiene in portafoglio una componente di investimenti alternativi inferiori al 5% dell’intero valore del portafoglio. Ma almeno la metà dichiara di voler effettuare investimenti in strumenti alternativi entro sei-dodici mesi. È quanto emerso da un sondaggio sulle intenzioni di investimento di casse di previdenza, fondi pensione, casse sanitarie e mutue, compiuto da Valore (www.valoresrl.it), società di consulenza specializzata in servizi a fondi sanitari guidata da Stefano Ronchi, in collaborazione con Promoinside, società di mobile marketing. I dati sono stati presentati alla quinta edizione dell’Annual Event del Forum Valore tenutosi a Saturnia.

In particolare, nel campione di 100 enti contattati si riscontra una forte propensione verso fondi infrastrutturali e private equity (circa il 40% del totale) mentre è apparsa molto più contenuta la preferenza verso i minibond. Esiste naturalmente una diversa propensione all’investimento in economia reale da parte di fondi pensione e casse di previdenza da un lato e fondi sanitari dall’altro, ma entrambe le categorie vorrebbero dare più spazio all’economia reale, il modo più concreto investire sull’Italia, per quanto la regolazione e la fiscalità non favoriscano questi investimenti. Le maggiori difficoltà, come ha rilevato Filippo Battistini, head of institutional & fund buyers Italia di Allianz Global Investors, sorgono riguardo agli investimenti illiquidi, soprattutto di tipo infrastrutturale, dal momento che il contesto italiano non offre sufficienti garanzie agli investitori internazionali dal punto di vista regolamentare, fiscale ed amministrativo. Nel caso, osserva l’esperto, è preferibile orientarsi verso strumenti come i fondi Ucits che consentono di avere accesso a strategie alternative collegate all’economia reale. Per l’occasione Ubs Global a.m. sgr ha presentato il suo fondo che investe in strumenti di debito nel settore infrastrutture e consente alle casse di previdenza e ai fondi pensione di beneficiare fin da quest’anno del credito di imposta istituito dalla legge di Stabilità 2014.

MF

PREVIDENZA E DINTORNI

Welfare privato, Mencattini (Generali Italia): copiamo la previdenza

Per consentire il decollo di un welfare privato è necessaria un’operazione trasparenza. Si dovrebbe cioè definire con chiarezza quali sono i livelli di assistenza minimi forniti ai singoli cittadini dallo Stato. Solo così le imprese e il settore privato avrebbero tutti gli strumenti a disposizione per costruire al meglio un’offerta in grado di rispondere ai nuovi bisogni degli italiani, costretti a fare i conti con un welfare nazionale in continua evoluzione e contrazione per il contenimento della spesa pubblica. La proposta arriva da Andrea Mencattini, responsabile ramo vita ed employee benefit di Generali Italia, che suggerisce di «replicare nel settore del welfare», in particolare nella sanità, «quanto già avvenuto in quello previdenziale».

Domanda. Dottor Mencattini, quali sarebbero gli esempi da replicare?

Risposta. L’intero settore della sanità andrebbe rivisto per dare un assetto simile a quello realizzato nel settore previdenziale. Lo Stato dovrebbe definire con chiarezza i livelli minimi di assistenza, come avvenuto già nel settore previdenziale con la riforma Dini del 1995 e la successiva riforma Maroni, che nel 2004 ha spinto l’acceleratore sulla previdenza integrativa, con il conferimento del tfr nei fondi pensione, con la modalità del silenzio assenso.

D. In verità però anche nel settore previdenziale non si è brillato per trasparenza. Ci sono voluti anni prima che partissero le famose buste arancioni, per consentire ai lavoratori di conoscere l’entità delle propria pensione pubblica…

R. È vero, ma ora l’Inps ha iniziato a inviare le informazioni ai lavoratori. Non spendendo lettere ma codici di accesso al sito che consentono al futuro pensionato di conoscere la propria pensione pubblica, cui sommare possibilmente un fondo pensione integrativo o una polizza previdenziale. Anche nel settore sanitario è importante sapere quali sono e a chi sono indirizzate le prestazioni, consentendo così ai cittadini di aderire a un fondo sanitario o a una polizza capace di coprire quei servizi che lo Stato non è più in grado di fornire. E non sarebbe l’unico assetto da traslare dalla previdenza.

D. Cos’altro?

R. Sarebbe utile introdurre autorità di controllo, come la Covip per la previdenza, che sarebbe utile a meglio regolare il settore.

D. Qual è il ruolo delle assicurazioni in questo mercato?

R. Nel settore della sanità in particolare, il valore aggiunto delle compagnie sta nella conoscenza dei fornitori, medici o cliniche specializzate, e nella riduzione dei costi che si ottiene con economie di scala. Oggi la spesa privata in Italia copre oltre il 25% del totale ed è quasi tutta a carico delle singole famiglie.

D. Quanto vale per Generali Italia il mercato del Welfare?

R. La raccolta premi nel segmento employee benefit è di oltre 400 milioni con 12 mila aziende clienti. Il welfare aziendale è abbastanza diffuso tra le grandi aziende ma ancora limitato nelle pmi. È su quelle che puntiamo in particolare.

La proposta di Boeri (Inps) sulle pensioni: taglio fino al 12% sopra quota 80 mila euro

Tagliare «fino al 50%» i vitalizi dei politici, quando «superano la quota di 80-85 mila euro lordi l’anno». Tagliare anche le pensioni «normali», quando vanno oltre la soglia degli 80 mila euro. Ma con una sforbiciata meno pesante, fino al 12%, e solo se non sono «giustificate» dai contributi versati nel corso della vita.
Le proposte del presidente dell’Inps Tito Boeri sono state presentate a Palazzo Chigi nel giugno scorso. Dopo lunga riflessione non sono entrate nel disegno di legge di Stabilità. Ma il governo ha detto che se ne riparlerà l’anno prossimo e le idee di Boeri saranno di nuovo sul tavolo. In teoria sono ancora riservate, in sostanza sono queste.
Dei vitalizi ai politici ha parlato lo stesso Boeri in televisione, intervistato ieri da Lucia Annunziata per il programma In mezz’ora di Raitre. Il taglio sarebbe progressivo: più alto è il vitalizio più alta è la percentuale di taglio. Ma l’operazione è più simbolica che di sostanza: i risparmi sarebbero minimi. Il grosso verrebbe dal taglio delle pensioni più alte dei lavoratori «normali». Anche in questo caso la sforbiciata sarebbe progressiva. E potrebbe essere affiancata, per alcune categorie, da una revisione del cosiddetto coefficiente di trasformazione, la formula che consente di calcolare la pensione a partire dai contributi versati. Una revisione al ribasso, naturalmente, che abbasserebbe l’importo di alcuni assegni generando altri risparmi per lo Stato. Di questo, in tv, Boeri ha parlato solo in linea generale. Dicendo che ci sono «dirigenti di aziende, personale delle Ferrovie dello Stato» e altre categorie che «hanno avuto trattamenti di riguardo, soprattutto rispetto a quando andare in pensione». In tutto «una platea piccola, circa 200 mila persone». Interventi del genere, in passato, sono stati bocciati dalla Corte costituzionale perché violavano il principio dei cosiddetti diritti acquisiti, e cioè il patto fra cittadini e Stato che viene chiuso al momento del pensionamento. Non ci sarebbe lo stesso rischio stavolta, a maggior ragione visto che le proposte non avrebbero una durata di qualche anno ma sarebbero stabili? Secondo la proposta Boeri no, perché tutti i risparmi sarebbero destinati allo stesso sistema pensionistico. I soldi risparmiati servirebbero a finanziare la famosa flessibilità in uscita, cioè la pensione anticipata con l’obbligo di accettare un assegno più basso rispetto a quello normale. La riduzione sarebbe pari al 3% per ogni anno di anticipo rispetto ai limiti fissati dalla Legge Fornero. Il meccanismo, però, non sarebbe utilizzabile da chi ha una pensione bassa, sotto i 15/20 mila euro lordi l’anno. E questo per evitare che la flessibilità finisca per generare nuove situazioni di povertà.
I soldi risparmiati con gli interventi sulle pensioni più alte servirebbero poi a finanziare altri tre interventi. Il primo è rendere meno cara la ricongiunzione dei contributi, per chi ne ha versati in casse diverse. Il secondo è reintrodurre l’integrazione al minimo, cancellata dalla vecchia riforma Dini, cioè l’aggiunta di soldi da parte dello Stato per far arrivare l’assegno a 500 euro anche quando i contributi non bastano. Il terzo intervento, collegato alla riforma del settore dell’assistenza, è la creazione di un reddito minimo per gli over 55 anni che restano senza lavoro.
Un disegno organico, insomma. E proprio per questo ieri Boeri ha ripetuto in tv che la «nostra idea è che vada fatta un’ultima riforma delle pensioni». E ha attaccato, invece, su uno dei pochi capitoli entrati nel disegno di legge di Stabilità, e cioè gli esodati, i lavoratori che rischiano di rimanere senza stipendio e senza pensione. Nella Stabilità ci sarà la settima salvaguardia, cioè un nuovo intervento per consentire ad alcuni di loro di andare in pensione con le vecchie regole: «Non penso che il tema — ha detto Boeri — sia stato del tutto risolto perché è stato affrontato in modo tale per cui rischiamo di avere uno strascico. Già ci sono forti pressioni per una ottava salvaguardia». Il ddl di Stabilità riguarda 31 mila esodati, per i sindacati quelli da aiutare sono 50 mila. L’esperienza ci dice che finora non si è allargato solo il numero delle persone coinvolte. Ma anche le maglie dell’intervento, cioè i criteri stessi che definiscono la categoria degli esodati.

CORRIERE DELLA SERA

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