28 Ottobre 2015 Commenti disabilitati su Rassegna Stampa 28 ottobre 2015 Visualizzazioni: 507 Rassegna stampa

Rassegna Stampa 28 ottobre 2015

MERCATO ASSICURATIVO

Un’assicurazione europea contro la disoccupazione

Anche all’interno degli assetti attuali dell’unione monetaria è possibile concepire un meccanismo che permetta di trasferire risorse a paesi colpiti da una crisi, finalizzate a stabilizzare il ciclo economico. Un sussidio di disoccupazione europeo, per rafforzare la solidarietà tra i cittadini UE.

La crisi dei debiti sovrani che ha colpito l’Europa nel 2011 ha evidenziato la difficoltà dei governi nazionali di fronteggiare shock economici avversi nell’attuale assetto dell’unione monetaria, in cui i paesi hanno spazi di manovra limitati per condurre politiche espansive. Per alleviare questi vincoli si potrebbe introdurre un meccanismo di assicurazione tra paesi contro i rischi associati a shock asimmetrici. L’idea è presente da tempo nel dibattito sul processo di unificazione europea ed è stata rilanciata più di recente nei rapporti dei quattro (dicembre 2012) e dei cinque presidenti (giugno 2015). La creazione di un simile meccanismo si scontra con diversi timori. Da un lato, fornendo un trasferimento di risorse nel momento di crisi, potrebbe disincentivare la realizzazione di riforme nazionali che riducano le debolezze strutturali del paese in questione e, quindi, la probabilità stessa che si verifichi uno shock negativo. Dall’altro lato, la condivisone del rischio tra paesi con strutture produttive differenti potrebbe far sì che quelli più competitivi paghino i “costi” delle recessioni nelle economie strutturalmente più deboli. Il rischio di una redistribuzione persistente di risorse tra paesi compromette la realizzabilità politica del meccanismo assicurativo, poiché le economie più produttive potrebbero ritenere non conveniente parteciparvi.

In un recente studio mostriamo che questi timori sono probabilmente eccessivi e che è possibile concepire anche all’interno degli assetti attuali uno strumento di condivisione del rischio tra paesi che permetta loro di condurre politiche anticicliche, con effetti di stabilizzazione del ciclo economico, ma comportando una limitata redistribuzione di risorse fra stati.

Il meccanismo assicurativo che delineiamo simula l’esistenza di un sussidio di disoccupazione comune per l’area dell’euro. Prevediamo l’esistenza di un fondo sovranazionale che finanzi la spesa che i singoli paesi in recessione devono sostenere per pagare l’ipotetico sussidio europeo ai propri cittadini.

Per mitigare i timori associati sia a eventuali comportamenti opportunistici da parte dei governi e degli individui sia a una redistribuzione persistente di risorse, l’ipotetico sussidio potrebbe avere durata e generosità contenuta, escludendo la disoccupazione di lunga durata, ed essere attivato solo in caso di shock macroeconomici negativi di entità elevata. Sempre per evitare una redistribuzione permanente tra paesi si può fissare l’aliquota di finanziamento del fondo per ciascun paese in modo tale da eguagliare i trasferimenti ricevuti ai contributi versati durante un periodo predefinito (meccanismo bonus-malus). Nel caso in cui si accettasse un trasferimento di risorse tra paesi, l’aliquota potrebbe essere unica per tutta l’area e tale da mantenere il fondo in equilibrio nel lungo periodo. Nel rispetto del principio di sussidiarietà, le caratteristiche del sussidio europeo sarebbero delimitate dagli istituti assicurativi nazionali già esistenti, che rimarrebbero in vigore.

L’analisi e i risultati

Abbiamo simulato numerosi schemi, incrociando le diverse caratteristiche dell’ipotetico sussidio, l’ampiezza della platea dei potenziali beneficiari e le aliquote contributive nazionali, e ne abbiamo valutato la capacità di stabilizzazione macroeconomica (come riduzione del coefficiente di variazione del Pil) e l’associata redistribuzione tra paesi. In questi esercizi usiamo la Rilevazione europea delle forze di lavoro per il periodo 2002-2012 e ipotizziamo che lo schema simulato fosse operativo nei paesi dell’area dell’euro; calcoliamo i trasferimenti che avrebbe implicato dato il profilo storico della disoccupazione.

Lo schema che garantisce la maggiore stabilizzazione in assenza di redistribuzione avrebbe offerto, nel periodo 2002-2012, un livello di stabilizzazione del ciclo per l’area dell’euro pari a un settimo di quanto consentito dalla correzione per il ciclo del saldo di bilancio prevista dalle regole europee. Tale livello sarebbe raddoppiato qualora si permettesse una minima redistribuzione tra paesi, che comunque comporterebbe esborsi limitati (inferiore allo 0,1 per cento del proprio Pil per il maggior paese contribuente). I principali beneficiari sarebbero stati la Spagna e in misura minore il Portogallo (come risulta dalla tabella qui sotto, ndIMC). L’Italia sarebbe stata tra i principali finanziatori, nonostante il recente marcato aumento del tasso di disoccupazione, perché si caratterizza per una maggiore incidenza del lavoro autonomo e della disoccupazione di lunga durata, non coperti da indennità di assicurazione. Anche Francia e Germania sarebbero stati contribuenti netti. La stima della direzione dei flussi finanziari è tuttavia molto sensibile al periodo di simulazione: considerando il periodo 2002-2008, Germania e Finlandia sarebbero stati, insieme alla Spagna, tra i beneficiari.

Lo schema di assicurazione europea proposto è soprattutto uno strumento di protezione rispetto a fasi negative del ciclo economico. Se ben congegnato, avrebbe anche il merito, tutt’altro che secondario in una fase di crescente scetticismo sul processo di integrazione europea, di rappresentare un meccanismo di solidarietà tra i paesi dell’UE visibile e tangibile per i cittadini.

Una versione più estesa dell’articolo è pubblicata su Menabò di Eticaeconomia.

Flussi finanziari assicurazione europea contro la disoccupazione

Fonte: elaborazioni degli autori su dati della Rilevazione europea sulle forze di lavoro

Nota: i flussi finanziari sono stati calcolati simulando un sussidio europeo di disoccupazione che prevede un tasso di sostituzione pari al 50% della retribuzione, copre tutte le cessazioni dei rapporti di lavoro e ha durata di otto mesi. Lo schema si attiva in presenza di una riduzione dell’occupazione maggiore o uguale al 20% della sua deviazione standard in uno dei paesi considerati. L’aliquota di finanziamento del fondo è fissata per ciascun paese in modo tale da eguagliare i trasferimenti ricevuti ai contributi versati durante un periodo predefinito; tuttavia, viene fissata una soglia massima dell’aliquota. Una volta raggiunta tale soglia per un paese, i costi di finanziamento dello schema sono ripartiti sugli altri paesi permettendo, seppure in misura contenuta, una qualche redistribuzione di risorse. Infine, i flussi sono stati calcolati considerando gli attuali tassi di presa in carico dei beneficiari degli istituti nazionali esistenti.

La Voce.

Il Presidente dell’Ania, Aldo Minucci, prevede risultati record nel 2015 per le Compagnie di assicurazioni. In calo solo il Ramo Vita

La crisi ha reso fragile il tessuto sociale italiano, con livelli di disoccupazione mai visti dal dopoguerra, ma non ha indebolito il settore assicurativo che ha continuato a dare servizi e ha tutelato i livelli di occupazione dei suoi collaboratori. E’ quanto affermato dal Presidente dell’Ania, Aldo Minucci, intervenuto in occasione del 17° “Annual Assicurazioni” organizzato anche quest’anno dal quotidiano Sole 24 Ore.
Il comparto assicurativo italiano – ha sostenuto Minucci – esce dalla crisi con una forza patrimoniale intatta. Il decremento delle partite tecniche – ha aggiunto il Presidente dell’Ania – sarà più che compensato dalla gestione non tecnica e quindi il risultato sarà addirittura superiore a quello dello scorso anno: “Riteniamo già ora lusinghiero il risultato che il settore registrerà nell’esercizio 2015”. Secondo l’Ania, infine, i tassi di interesse molto contenuti nei prossimi anni non favoriranno il segmento Ramo Vita, quanto piuttosto quello delle polizze “unit-linked“.

Agli Italiani non piace la rendita vitalizia. Secondo l’Ania appena lo 0,03% sceglie tale formula. E nella previdenza complementare

L’Ania ha pubblicato i risultati di uno studio statistico finalizzato a valutare l’impatto sugli assicurativi delle formule a rendita vitalizia. Secondo i dati forniti dalle Imprese, nel 2013, tra i contratti assicurativi di capitale maturati (pari ad un importo complessivo di oltre 18 mld di euro) appena lo 0,03% dei contraenti ha esercitato l’opzione di rendita. La stragrande maggioranza ha preferito acquisire il capitale maturato. Il perché, difficile dirsi. Forse la crisi, forse le incertezze economiche delle famiglie, forse un generalizzato scetticismo verso tutto e tutti.
Va registrato come un fenomeno analogo sia riscontrabile nella previdenza complementare. In questo caso – come noto – è sempre prevista la possibilità di percepire sotto forma di capitale fino al 50% della posizione individuale maturata; possono percepire la prestazione interamente in forma di capitale gli iscritti a forme pensionistiche complementari prima dell’aprile 1993 oppure chi ha maturato una posizione individuale finale molto contenuta.

SNA CHANNEL

RISPARMIO GESTITO

Gestioni, la raccolta sale ma i fondi aperti frenano

Lo scandalo Volkswagen, scoppiato nella seconda metà di settembre, non ha mandato fuori strada la raccolta del risparmio gestito in Italia. Lo scorso mese l’industria ha raccolto 8,7 miliardi, in aumento rispetto ai 6,4 miliardi di agosto. In totale dalla mappa mensile di Assogestioni, diffusa ieri, emerge che da inizio anno i flussi nell’asset management sono stati di 120,2 miliardi, sempre più vicini ai 133 registrati in tutto il 2014.

A fine settembre il patrimonio gestito dall’industria è rimasto pressoché stabile rispetto ad agosto a quota 1.714 miliardi. A guidare la raccolta stavolta non sono stati i fondi aperti, i cui flussi sono sempre positivi ma scesi a 2,8 miliardi (dai 4,3 di agosto), ma le gestioni di portafoglio istituzionali, che hanno attirato 6 miliardi (negative per 127 milioni le gestioni retail), in forte aumento rispetto agli 1,8 miliardi di due mesi fa. In totale comunque nei nove mesi i fondi aperti restano leader nella raccolta con 84,6 miliardi, mentre le gestioni di portafoglio ne totalizzano oltre 35 (di cui 14,5 in quelle retail e 20,8 nelle gestioni istituzionali). A deprimere la raccolta fondi sono stati i prodotti obbligazionari, che a settembre hanno registrato un saldo negativo di 1,3 miliardi (-836 milioni in agosto e +17 miliardi da inizio anno), e i bilanciati, finiti in rosso per 313 milioni (+192 milioni in agosto e +11 miliardi nei nove mesi). Timidamente positiva invece la raccolta dei fondi azionari, che ha invertito la tendenza con 70 milioni dopo i -401 milioni di agosto (+6,2 miliardi da gennaio). Si conferma sopra quota 3 miliardi la raccolta dei fondi flessibili, che hanno archiviato settembre con un saldo positivo di 3,3 miliardi a fronte dei 3,7 di agosto. Da inizio anno questi comparti, che danno carta bianca al gestore per spaziare tra le varie classi di attivo, hanno ottenuto una raccolta netta di 44,5 miliardi, oltre la metà del totale dei fondi aperti. Il rallentamento della raccolta fondi è anche da ascrivere alla minor vivacità nel collocamento dei fondi di diritto estero, i cui flussi nel mese sono scesi a 988 milioni dai 2,89 miliardi di agosto, a fronte di un totale di 61 miliardi da inizio anno. Procede invece a ritmo più costante la raccolta dei fondi di diritto italiano, che nel mese hanno ottenuto 1,8 miliardi dopo gli 1,5 di agosto per un saldo complessivo da gennaio di 23,5 miliardi. A livello di singole società, al top per raccolta del mese ci sono Generali (5 miliardi, di cui 4 nelle gestioni istituzionali), Intesa Sanpaolo (oltre 1,2 miliardi, di cui 871 di Eurizon Capital e 386 milioni di Fideuram), Pioneer (1,12 miliardi) eAnima (746 milioni).

MF

Poste debutta con scambi boom

Parole di ringraziamento sono arrivate poi dal presidente di Poste Italiane, Luisa Todini: «La squadra di Poste sono i nostri 143 mila colleghi. È un grande momento di trasparenza nei confronti degli investitori», ha detto sottolineando il lavoro fatto da Caio.

Alla cerimonia di apertura era presente Donald Brydon, il presidente del London Stock Exchange (Lse), il gruppo inglese cui fa capo la Borsa italiana. Brydon, che prima di assumere la guida dell’Lse è stato presidente della britannica Royal Mail, ha salutato l’operazione Poste Italiane come una «eccellente privatizzazione», confermando al gruppo «il supporto del London Stock Exchange». L’amministratore delegato di Borsa Italiana, Raffaele Jerusalmi, ha poi ricordato come quella di Poste sia la quotazione più grande d’Europa nel 2015, aggiungendo che questo è un anno particolarmente positivo per Borsa Italiana sia per quantità sia per varietà di aziende che hanno scelto di quotarsi sul mercato. «Borsa Italiana sta consolidando sempre più la sua importanza fra i grandi mercati europei», ha dichiarato, «e il 2016 si prospetta un anno di ulteriore crescita».

Novità si attendono anche dal governo per le nuove possibili privatizzazioni dopo la cessione di quasi il 40% del capitale di Poste. «È la prima di una serie di operazioni, ce ne saranno altre», ha affermato Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia. «Stiamo lavorando per quotare Fs nel secondo semestre 2016».

Italiani più risparmiosi, ma cresce l’euroscetticismo

L’Europa perde sempre più appeal tra gli italiani: coloro che hanno fiducia nell’Unione europea rimangono maggioritari, ma sono appena il 51% a fronte di un 49% che dichiara tutto il suo scetticismo verso Bruxelles. Inoltre, secondo il Rapporto curato da Acri e Ipsos per la 91a Giornata mondiale del risparmio, quelli che hanno una bassa fiducia (24%) sono molti più di coloro che hanno grande fiducia (15%) e, dal 2009 a oggi, coloro che hanno fiducia sono arretrati di ben 18 punti percentuali.

Anche il giudizio sull’euro è negativo. Quasi 3 italiani su 4 ne sono insoddisfatti (71% contro il 74% del 2014), sebbene la maggior parte degli italiani resti convinta della sua utilità nel lungo periodo. Sebbene delusi, gli italiani (55%) continuano comunque a ritenere l’Europa un importante e indispensabile aiuto in un momento di crisi.

Insomma, più che un no all’Europa, dagli italiani sembra venire la richiesta di una «nuova Europa», che sappia ridurre le diseguaglianze tra paesi e tra cittadini, che punti più sulle piccole imprese (77%) che sulle grandi (17%), che abbia più a cuore agricoltura e industria (76%) che servizi e informatica (19%), che faccia crescere tutti i territori (62%). Il 65% invoca infine una Costituzione comune per condividere con certezza i principi fondamentali.

Quanto al risparmio, la quota di italiani che lo applicano è cresciuta per il terzo anno consecutivo: nel 2015 sono stati il 37% (33% nel 2014). Allo stesso tempo, segnala il Rapporto Acri-Ipsos, si sono ridotte per il terzo anno di fila le famiglie in saldo negativo di risparmio: sono scese dal 25 al 22%.

Combinando l’andamento del risparmio delle famiglie nell’ultimo anno e le previsioni per il 2016, la ricerca delinea sei gruppi: Famiglie con trend di risparmio positivo. Hanno risparmiato nel 2015 e lo faranno di più o nella stessa misura nel 2016: sono il 27% (20% nel 2014). Famiglie con risparmio in risalita. Hanno speso tutto senza fare ricorso a risparmi passati o a debiti, ma nei prossimi mesi risparmieranno di più: sono il 6% (4% nel 2014). Famiglie che galleggiano. Hanno speso tutto senza fare ricorso a risparmi passati o a debiti e pensano che lo stesso avverrà nel 2014: sono il 26% (22% nel 2014). Famiglie con il risparmio in discesa. Sono riuscite a risparmiare ma temono di risparmiare meno nel 2016: sono l’8% (11% nel 2014). Famiglie in crisi moderata di risparmio. Hanno consumato tutto il reddito e nel 2016 temono di risparmiare meno: sono il 9% (16% nel 2014). Famiglie in crisi grave di risparmio. Hanno fatto ricorso a risparmi accumulati o a debiti e pensano che la situazione sarà identica o si aggraverà nel 2016: sono il 18% (21% nel 2014).

Italia Oggi

PREVIDENZA E DINTORNI

Previdenza complementare: Chi inizia a versare da giovane, ha vinto

Certo può sembrare quantomeno strano per non dire al limite dell’insulto in un contesto in cui i giovani fanno fatica a trovare un lavoro, tuttavia prima si inizia a pensare alla pensione integrativa e meglio è. Nel senso che se si rimanda troppo la decisione per coprire il cosiddetto gap previdenziale (la differenza tra l’ultimo stipendio prima di smettere di lavorare e l’assegno Inps), c’è il rischio di non riuscire più a sostenere i versamenti necessari, compromettendo quindi la possibilità di arrotondare in modo sufficiente il trattamento pensionistico pubblico.

Proviamo a fare qualche conto. Ipotizziamo un lavoratore che inizia a lavorare oggi con uno stipendio annuo di 20mila euro e che tale retribuzione cresca del 2% all’anno: dopo 45 anni il suo stipendio annuo prima di chiudere l’attività lavorativa ammonterebbe a 47.800 euro. Se inizia subito a versare in un fondo pensione il 10% della retribuzione annuale (duemila il primo anno e via via fino a 4.780 al 45esimo), avrà versato circa 145mila euro che gli darebbero diritto, ipotizzando un rendimento medio annuo del fondo pari al 3,5%, a una pensione integrativa di 15.100 euro circa annui, pari al 31,6% dell’ultimo stipendio. Se invece di iniziare subito rimanda di 15 anni il primo versamento, versando lo stesso importo complessivo di 145mila euro (ma in 30 anni invece che in 45 anni), maturerebbe (a parità di rendimento del 3,5% annuo del fondo pensione) un assegno integrativo di 12.100 euro (pari al 25,2% dell’ultima retribuzione). Ancora peggio andrebbe se il lavoratore iniziasse a versare nel fondo soltanto dopo 25 anni: versando 145mila euro, diluiti in 20 anni, accumulerebbe un capitale che gli darebbe diritto a una pensionei ntegrativa di 10.200 euro, pari al 21,4% dell’ultima retribuzione. Infine, nel caso in cui decidesse di costruirsi la pensione di scorta soltanto dopo 35 anni, a parità di versamenti (145mila euro in 10 anni) e di rendimento del fondo (3,5% medio annuo), accumulerebbe una pensione integrativa di 8.500 euro, pari al 17,8% dell’ultimo stipendio (47.800 euro). Il tutto senza tralasciare che il versamento di 145mila euro in 45 anni può essere alla portata del lavoratore dal momento che corrisponde al 10% della retribuzione, mentre in 30 anni sarebbe pari al 13,5%, in 20 anni pari a 17,5% e in 10 anni pari addirittura al 30% dello stipendio: percentuali che, come si può facilmente constatare, possono diventare non sostenibili negli anni.

Il Giornale.

Sempre più costosa la pensione dei lavoratori autonomi

Sempre più costosa la pensione dei lavoratori autonomi. Per quanto riguarda gli aumenti dell’aliquote contributive per il 2016, si salveranno i soli titolari di partita Iva iscritti alla Gestione separata Inps (i free lance), per i quali la bozza della legge di stabilità, da approvare entro fine anno, prevede un ulteriore congelamento al 27,72%.

Partite Iva. La legge di riforma del mercato del lavoro (n. 92/2012) ha stabilito una graduale elevazione del carico contributivo al fine di arrivare, nel 2018, al 33% (cui va aggiunto uno 0,72% destinato al fondo maternità e assegni familiari), la stessa aliquota prevista per lavoratori dipendenti. L’obiettivo era evidentemente quello di disincentivare il lavoro precario a favore di quello da dipendente. Ebbene, secondo il cronoprogramma l’aliquota per il 2014 sarebbe dovuta passare dal 27,72 al 28,72%. Ma la legge di Stabilità 2014 (n. 147/2013), limitatamente ai collaboratori titolari di partita Iva, ha offerto uno sconto, lasciando l’aliquota ferma nella stessa misura stabilita per il 2013 (27,72%). Per cui nel 2015, come previsto, il carico contributivo è salito al 30,72% per tutti: due punti in più, 3 punti per i titolari di partita Iva che dovevano recuperare lo sconto. Successivamente (in febbraio) però, con il decreto milleproroghe (legge n. 11/2015) vi è stata una marcia indietro. Praticamente, l’aumento dell’aliquota per il 2015 ha operato solo nei confronti dei collaboratori e non anche per le partite Iva.

Anno 2016. Dando per scontato il congelamento a favore dei titolari di partite Iva anche per il 2016, l’anno prossimo la situazione degli iscritti alla Gestione separata, prevedendo un tasso d’inflazione pari a 0,2%, dovrebbe essere la seguente:

  • lavoratore non iscritto ad altro fondo obbligatorio: pagherà un contributo del 31,72% (31 più lo 0,72% destinato al fondo maternità e assegni familiari), di cui 10,57% a suo carico e 21,15% a carico del committente, entro il massimale di 100.525 euro;
  • lavoratore già iscritto ad altro fondo obbligatorio, ovvero titolare di pensione: pagherà un contributo del 24% (8% a suo carico e 18% a carico del committente), entro il massimale di 100.525 euro.
  • titolare di partita Iva: pagherà il 27,72% entro il massimale di 100.525 euro (costoro possono addebitare al committente il 4%).

    Artigiani e commercianti. Non stanno meglio gli artigiani e commercianti, per i quali la riforma Monti-Fornero (art. 24, comma 22, della legge n. 214/2011), prevede infatti un aumento progressivo dell’aliquota contributiva nella misura dello 0,45%, a partire dal 2013, sino a raggiungere il 24% dal 2018. Questo vuol dire che nel 2016 gli artigiani dovranno calcolare il 23,10% sul reddito d’impresa (dichiarato al Fisco) sino a 46.216 euro e il 24,10% sulla quota di reddito compreso tra 46.216 e 77.026 euro, massimale imponibile per il 2016. Mentre i commercianti, la cui aliquota anche per il 2016 è maggiorata (sino al 2018) di uno 0,09%, destinato al fondo per la razionalizzazione della rete commerciale, dovranno applicare il 23,19% sul fascia di reddito sino a 46.216 euro e il 24,19% sulla quota compresa tra 46.216 e 77.026 euro. Nel 2016 il minimale di reddito imponibile ai fini del calcolo della contribuzione salirà a 15.576 euro, per cui il contributo minimo dovuto dagli artigiani è di 3.605 euro; mentre quello dovuta dai commercianti di 3.620 euro.

Italia Oggi

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