5 Novembre 2015 Commenti disabilitati su Rassegna Stampa 5 novembre 2015 Visualizzazioni: 471 Rassegna stampa

Rassegna Stampa 5 novembre 2015

MERCATI ASSICURATIVI

Ivass, chiuso il tavolo semplificazione

Si è chiuso ieri il tavolo Tecnico coordinato da Aiba, l’associazione dei broker, per la semplificazione della documentazione da presentare al cliente prima dell’acquisto di una polizza Danni. Un tavolo voluto dall’Ivass che il 16 luglio scorso aveva incaricato il presidente di Aiba, Carlo Marietti Andreani, di coordinare il gruppo di lavoro raccogliendo i pareri degli operatori di mercato e dei consumatori. L’obiettivo era produrre un documento condiviso che puntasse a semplificare procedure e adempimenti burocratici, nel rispetto della tutela del cliente. Ieri il documento è stato presentato a Ivass da Aiba e Ania con l’indicazione di alcuni principi: limitare i contenuti alle sole informazioni chiave e alle sole coperture da sottoscrivere, standardizzando e semplificando i formati.

MF

Semplificazione della informativa precontrattuale, presentata all’IVASS la proposta del Tavolo Tecnico

Si è concluso positivamente il lavoro del Tavolo Tecnico coordinato da AIBA (Associazione Italiana Brokers di Assicurazioni e Riassicurazioni) con la partecipazione attiva di ACB (Associazione di Categoria Brokers di Assicurazioni e Riassicurazioni), ANIA, degli organismi di rappresentanza degli intermediari SNA, ANAPA, UNAPASS e delle associazioni dei consumatori.

Questa mattina è stata infatti presentata all’IVASS (Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni) una proposta condivisa per la semplificazione della documentazione informativa che gli intermediari devono presentare ai clienti prima della sottoscrizione di un contratto dei Rami Danni, applicando un principio di proporzionalità che privilegia la trasparenza e comparabilità delle informazioni in favore dei consumatori.

Il Tavolo Tecnico – si legge in una nota – è stato voluto da IVASS che il 16 luglio scorso aveva incaricato il Presidente di AIBA, Carlo Marietti Andreani, di coordinare il gruppo di lavoro raccogliendo le osservazioni e le proposte dei rappresentanti dei diversi operatori del mercato e delle associazioni dei consumatori, “al fine di produrre un documento condiviso di modifica della struttura e dei contenuti della nota informativa, per una reale semplificazione delle procedure e degli adempimenti burocratici, nel pieno rispetto della tutela dei consumatori”.

La proposta di semplificazione presentata oggi all’Istituto di vigilanza si fonda su alcuni principi base: limitare i contenuti alle sole informazioni chiave e alle sole coperture da sottoscrivere; standardizzare il formato contenente le informazioni; semplificare le modalità di presentazione della documentazione alla clientela. Il tutto, “con l’obiettivo di evidenziare al cliente gli elementi determinanti da considerare prima di acquistare un prodotto assicurativo”.

Il documento portato all’attenzione dell’IVASS – prosegue la nota – propone una nuova struttura della nota informativa, articolata in tre sezioni: informazioni generali; informazioni pratiche; informazioni specifiche sulle singole garanzie.

In questo modo, “si va a ristrutturare l’ordine delle informazioni concentrando nelle prime due sezioni quelle di natura generali e pratiche”, lasciando spazio alle note sulle singole garanzie nella terza sezione. Si ritiene così “di fornire una rappresentazione sintetica e comprensibile dei contenuti del prodotto assicurativo, di agevolare gli adempimenti di imprese e di favorire gli intermediari che potranno focalizzare maggiormente la propria attività sul servizio di consulenza al cliente

Intermedia Channel

Generali esce dalla lista delle assicurazioni sistemiche

Il Financial Stability Board, il regolatore delle società finanziarie con sede in Svizzera, ha comunicato questa mattina di aver rimosso Generali dalla lista delle istituzioni finanziarie di importanza sistemica (Sifi, Systemically Important Financial Institution). L’ha sostituita con Aegon. La lista viene rivista annualmente e quindi la prossima verrà pubblicata a novembre 2016.

La compagnia assicurativa triestina era entrata nella lista a metà 2013 ma ha chiesto di essere tolta in quanto, a seguito della cessione di Bsi, non presenta problematiche di rischio sistemico per il sistema finanziario. Negli ultimi due anni, in effetti, Generali ha dismesso alcuni asset non riconducibili al suo core business e questo ha portato il regolatore europeo a rimuovere il Leone dall’elenco.

“Ciò rappresenta un’ottima notizia perché, come nel caso delle banche Sifi, devono avere un buffer aggiuntivo di capitale”, commentano stamani gli analisti di Equita che sul titolo Generali mantengono il rating hold e il target price a 19,5 euro. Anche per gli analisti di Banca Akros (rating accumulate e target price a 19 euro) questa è una notizia positiva: “L’esclusione di Generali dovrebbe ridurre i suoi requisiti patrimoniali”.

Infatti, a partire dal 2019 le assicurazioni globali presenti nell’elenco del Financial Stability Board saranno probabilmente soggette a una regolamentazione più restrittiva, rispetto alle normali compagnie assicurative. Ma con l’uscita dalla lista, Generali non si dovrà più preoccupare di eventuali ulteriori cambiamenti della regolamentazione.

I livelli di patrimonializzazione di Generali sono adeguati, anche se inferiori a quelli di alcuni competitor. La compagnia comunicherà i conti del terzo trimestre il prossimo 9 novembre e alcuni analisti si aspettano un economic solvency all’189% dal 200% di fine giugno.

MF

Osservatori Rc Auto e Moto Segugio.it, aumentano i bravi guidatori

Secondo quanto emerge dall’ultima edizione degli Osservatori mensili Auto e Moto di Segugio.it, comparatore online che fa capo al Gruppo MutuiOnline, anche nel corso del secondo semestre 2015 prosegue il trend di riduzione delle tariffe iniziato nel 2011, soprattutto per quanto riguarda il best price: l’analisi – effettuata a livello nazionale da Segugio.it e CercAssicurazioni.it – evidenzia infatti un calo del 14% della tariffa best price Rc Auto e del 9,1% per la migliore tariffa Rc per le moto rispetto al primo semestre 2014. Sulla base delle rilevazioni storiche dell’Osservatorio, rispetto al secondo semestre 2011 il calo del best price ha raggiunto il 28,3% per il segmento auto ed il 19,5% per le moto.

Per quanto riguarda il comparto auto, nel secondo semestre 2015 l’Osservatorio osserva un ulteriore incremento della richiesta di prime polizze per l’acquisto di auto nuove e usate: rispetto allo stesso periodo del 2014, la percentuale passa dal 5,3% al 5,7% per le auto nuove e dal 17,3% al 18,3% per le auto usate. All’origine di questa tendenza, secondo i curatori dell’Osservatorio, vi è la ripresa del mercato auto, che anche nel mese di ottobre ha fatto registrare un incremento delle nuove immatricolazioni rispetto allo stesso mese del 2014. Si registra un continuo incremento della percentuale di auto ecologiche circolanti sul territorio nazionale, che nel semestre in corso costituiscono il 7,7% dell’intero parco auto. Questo andamento non interessa tuttavia le prime immatricolazioni, per le quali nello stesso periodo di riferimento si evidenzia un calo dal 21,6% al 16,4% della percentuale di nuove auto ecologiche.

Crescono i “bravi guidatori”: la percentuale di utenti nella prima classe di merito sale infatti dal 54,2% del secondo semestre 2014 al 55,7% del semestre corrente. Nello stesso periodo di riferimento sale anche la percentuale di guidatori che non ha commesso sinistri negli ultimi cinque anni (83,5%, +1,1 p.p.). Per quanto riguarda le coperture assicurative richieste, l’Osservatorio registra una crescita della percentuale di utenti che sceglie la garanzia Incendio e Furto e altre garanzie accessorie – dal 14,3% del secondo semestre 2014 al 16,1% del semestre in corso – “grazie al miglioramento della situazione economica e all’andamento positivo del mercato auto”.

Tra le principali evidenze dell’Osservatorio in riferimento alle due ruote, nel semestre corrente risulta in aumento la percentuale di polizze per l’acquisto di moto nuove: rispetto al primo semestre 2014 passano dal 9% al 9,4% (il valore più elevato dal 2011). Si mantiene invece stabile al 35,2% l’indicatore relativo alle polizze richieste per l’acquisto di moto usate. In aumento anche i “centauri virtuosi”: gli utenti nelle prime quattro classi di merito salgono dal 25,1% del secondo semestre 2014 al 26,8% del semestre corrente. E come già registrato per il segmento auto, nello stesso periodo di riferimento si osserva un incremento della percentuale di motociclisti che non ha commesso sinistri negli ultimi cinque anni (95,1%, +0,1 p.p.). Rispetto al primo semestre 2014 risulta infine in rialzo la percentuale di utenti che sceglie la garanzia Incendio e Furto e altre garanzie accessorie. Nel semestre in corso la percentuale sale infatti dal 6,7% al 7,4%.

Internedia Channel

ECONOMIA E DINTORNI

I 5 mila morti e i 448 miliardi di danni che lo Stato non è riuscito a evitare

«Se ti addiviene di trattare delle acque consulta prima l’esperienza e poi la ragione», spiegava Leonardo: è la storia dei disastri già avvenuti che dice dove si corrono rischi gravissimi. Macché: mai ascoltato. Né a Messina, come dimostrano le cronache di oggi, né in tutto il Paese. L’avessero fatto non avremmo pianto migliaia di morti e non avremmo speso almeno 49 miliardi per le sole frane e alluvioni. Quattro nel solo 2014.
Va temuta, l’acqua. E il genio da Vinci l’aveva capito bene: «L’acqua disfa li monti e riempie le valli, e vorrebbe ridurre la terra in perfetta sfericità, s’ella potessi». Va rispettata, l’acqua. Temuta e rispettata. Ce lo ricorda un libro che esce oggi, «Un Paese nel fango», edito da Rizzoli e firmato da Erasmo d’Angelis, direttore dell’ Unità ma fino a pochi mesi fa capo a Palazzo Chigi della Struttura di missione sul dissesto idrogeologico. Ruolo che gli ha permesso di raccogliere numeri, statistiche, studi e dossier per tracciare un quadro d’insieme dell’Italia. Quadro a tinte fosche.
Certo, non siamo gli unici ad avere stuprato la natura né gli unici a subirne le vendette. «Dieci anni fa l’economista Sir Nicholas Stern, già responsabile finanziario della Banca Mondiale», spiega D’Angelis, seminò il panico «con il suo report The Economics of Climate Change , dimostrando ai signori della finanza che se i mutamenti climatici non verranno arginati costeranno tanto da mettere in ginocchio l’economia mondiale». L’Intergovernmental Panel on Climate Change, un’organizzazione scientifica dell’Onu, «ha da poco quantificato l’impatto delle catastrofi future in oltre mille miliardi di dollari. Nel 1980 il costo ammontava a 50 miliardi l’anno, oggi a 200».
Noi, però, stiamo messi perfino peggio degli altri. Basti dire che le nostre 499.511 frane censite (di cui 2.940 attive) rappresentano il 69% di tutte quelle mappate in Europa. O che 21,8 milioni di italiani vivono in 5 milioni e mezzo di edifici privati (la metà del totale: 11,2) «ubicati in zone a pericolosità sismica». E che «nelle stesse condizioni ci sono altri 75.000 edifici pubblici strategici come scuole, ospedali, caserme, municipi…».
Va da sé che, con un patrimonio immobiliare così esposto alla violenza della natura aggravata da decenni di incuria, abbiamo pagato prezzi altissimi. Almeno 200 mila morti dall’Unità a oggi sotto le macerie di 43 terremoti principali e decine di «minori». Almeno «5.455 morti, 98 dispersi, 3.912 feriti e 752.000 sfollati» in 2.458 comuni nei disastri causati nell’ultimo mezzo secolo dall’acqua.
Per non dire degli altri costi. «Gli economisti dicono che i fiumi di denaro versati dallo Stato attraverso i ministeri, le tesorerie comunali, provinciali, regionali, i consorzi di bonifica, le aziende di servizi pubblici e le donazioni private, e gli ulteriori costi per i danni e i disagi alle famiglie a fronte dei gap infrastrutturali e dei servizi, e per le perdite delle attività produttive private, superano la cifra attendibile di 7 miliardi l’anno dal dopoguerra a oggi». Fate i conti. Partissimo pure dal 1951 segnato da alluvioni disastrose, sarebbero 448 miliardi di euro. Con una accelerazione di anno in anno più marcata.
Ovvio: anno dopo anno si è continuato a costruire, costruire, costruire. Spessissimo abusivamente. In aree a rischio. Spiega uno studio di Bernardino Romano e Francesco Zullo, che per il report 2014 del Wwf «Riutilizziamo l’Italia» hanno messo a confronto la cartografia dell’Istituto geografico militare 1949-1962, le carte dei suoli regionali del 2013 e la crescita della popolazione, che dal censimento del 1951 gli abitanti sono cresciuti del 26% scarso e l’urbanizzazione del 367%. Ancora più impressionante (nonostante la crisi) la quota di cemento pro capite dopo il 2000: 369 metri quadri a testa. Il consumo di suolo è di 73 ettari al giorno. O, come dice d’Angelis, «8 metri al secondo».
Nelle pianure, che rappresentano meno di un terzo del territorio e coincidono in pratica con la Val Padana, «se negli anni Cinquanta, dei 2.489 comuni 571 erano sotto il 2% di urbanizzazione e solo 11 sopra il 45%, nel 2015 troviamo solo 3 comuni sotto il 2%, mentre 163 sono sopra il 45% e 14 oltre il 75%». L’Istat conferma: siamo di fronte a un «impatto ambientale negativo in termini di irreversibilità della compromissione delle caratteristiche originarie dei suoli, dissesto idrogeologico e modifiche del microclima». Accusa D’Angelis: «Sono stati ricoperti di asfalto e cemento persino 34.000 vietatissimi ettari all’interno di aree protette e il 9% delle zone a pericolosità idraulica». Racconta l’ex governatore pugliese Nichi Vendola: «Eletto presidente nel 2005, chiesi a tutti i comuni le mappe del rischio idrogeologico. Li convocai, e mi portarono solo le vecchie carte pluviometriche del 1911. Dico: il 1911! Mancavano almeno tre quarti di aree urbanizzate. Nessuno le aveva mai aggiornate».
Avete presente Olbia, che nell’alluvione del 2013 vide morire tutte quelle persone e a ogni acquazzone va sotto? «Tutti i problemi nascono dai tre condoni edilizi degli ultimi trent’anni, che hanno sanato situazioni di palese e pericolosa illegalità (…) con case costruite nell’alveo dei fiumi», si sfoga nel libro il sindaco Gianni Giovannelli, «la città ha sedici quartieri abusivi: sedici. Dovrei espropriare le case di migliaia di persone e abbatterle: è impossibile».
Matteo Renzi, nella prefazione, ostenta ottimismo. E dice che i cantieri come quello genovese del Bisagno sono stati sbloccati e «oggi vediamo al lavoro operai e ingegneri e non più solo avvocati e giuristi» e «girano betoniere e camion e non soltanto le carte dei ricorsi e dei controricorsi». C’è da sperarlo. Perché, come scrive D’Angelis, «anche in una visione strettamente ragionieristica, sarebbe stato salutare per le casse dello Stato e l’occupazione investire in prevenzione. Quante vite, strazi, rovine, vergogna ci saremmo risparmiati?».

Corriere Economia

RISPARMIO GESTITO

Buona raccolta per Azimut e B. Generali

Ottobre positivo per le società di risparmio gestito Azimut  e Banca Generali. Per la prima la raccolta netta è stata di 310 milioni portando il complessivo dei primi dieci mesi dell’anno a oltre 5,3 miliardi di euro. Il totale delle masse comprensive del risparmio amministrato si è attestato a fine ottobre a 35,3 miliardi, di cui 30,2 fanno riferimento alle masse gestite. «Risultati che confermano la forza del nostro modello che integra gestione e distribuzione», ha dichiarato Pietro Giuliani, ceo e presidente di Azimut , «e la nostra strategia di espansione estera attraverso cui vogliamo cogliere nel medio lungo termine il grande potenziale dei Paesi emergenti». Quanto a Banca Generali , in ottobre la raccolta netta è stata di 415 milioni, +71% rispetto all’ottobre 2014, portando il saldo da inizio anno a oltre 3,4 miliardi. L’ad Piermario Motta ha rilevato l’ampia diversificazione nel mix di prodotti, tra cui gli strumenti di investimento assicurativo «per le caratteristiche difensive e di protezione dei portafogli, che nella multi-ramo BG Stile Libero (103 milioni nel mese, 1,97 miliardi da inizio anno) offrono anche l’opportunità di sottostanti orientati a fondi e sicav internazionali».

MF

Fideuram, utili +36% nei nove mesi

Fideuram, private banking di Intesa Sanpaolo, ha chiuso i primi nove mesi con un utile netto consolidato a 597,4 milioni di euro (+36,1%). Il totale delle masse amministrate, si legge in una nota, si è attestato a 184,2 miliardi (+3% rispetto a dicembre 2014) e il totale risparmio gestito a 127,3 miliardi, pari al 69,1% delle masse totali (+4,7% su fine 2014). La raccolta netta totale è ammontata a 5,6 miliardi (+195% su base annua) e la raccolta netta di risparmio gestito a 7,7 miliardi (+11,6%). Il numero complessivo di private banker delle reti era pari a 5.874 rispetto ai 5.851 di fine 2014. Le commissioni nette hanno raggiunto a fine settembre 1,1 miliardi, in aumento del 26,7% rispetto ai primi nove mesi del 2014. Il cost/income ratio è sceso al 30,1% dal 36% del periodo gennaio-settembre dell’anno scorso. I coefficienti patrimoniali consolidati della società, calcolati in base alle regole di Basilea 3, si confermano ampiamente al di sopra dei livelli minimi richiesti dalla normativa. In particolare, al 30 settembre 2015 il Common equity tier 1 è risultato pari al 18,2%. L’ad Paolo Molesini ha sottolineato «l’eccellente dato di nuova raccolta, in particolare nel comparto gestito».

MF

SOCIETA’ E DINTORNI

Cameron: «Sul jet russo forse una bomba»

Un mercoledì più nero, il presidente egiziano Al Sisi non poteva aspettarselo. L’altro ieri aveva detto che l’aereo russo non è stato colpito da terroristi perché «il Nord Sinai è nel nostro pieno controllo»? Ieri mattina un kamikaze s’è fatto saltare nel pieno centro di El Arish, capoluogo del Nord Sinai, uccidendo tre poliziotti. E ancora: ieri Al Sisi era in visita a Londra e alla Bbc aveva appena ripetuto che fa solo «propaganda» chi parla d’un attentato? Com’è uscito dall’incontro di Downing Street, il premier britannico David Cameron ha convocato il comitato d’emergenza Cobra e dichiarato che «nuove informazioni sono venute alla luce» e che l’aereo «potrebbe essere stato colpito da un ordigno esplosivo». Pertanto, «a titolo precauzionale» ma con effetto immediato, il governo inglese (e gli irlandesi in scia) ha ordinato quel che una quindicina di compagnie aeree avevano già disposto da sé: la chiusura immediata di tutte le rotte aeree fra la Gran Bretagna e Sharm el-Sheikh.
È stata un’esplosione. Ecco la prima certezza di quattro giorni d’inchiesta. È stata una valigia-bomba imbarcata sul volo, rivela una fonte Cia alla Cnn . Concordano ormai tutti, pure gli egiziani: un aereo non può spezzarsi in quel modo, a diecimila metri di quota. «Si stanno esaminando due possibilità — conferma una fonte da Mosca — che ci fosse qualcosa nascosto nel velivolo o che sia stato un guasto tecnico». In ogni caso c’è stato un potente scoppio, dicono dal Cairo, «di che genere non è chiaro»: per capire se l’ha causato il carburante, un motore o una bomba, si sta setacciando la sabbia del Sinai in un raggio di quasi 40 chilometri, praticamente fino alla periferia di El Arish. Tanto che lo stesso Al Sisi, rassegnato al disastro turistico, in un’intervista al Daily Telegraph si limita a ritenere «premature», non più provocatorie, le ipotesi d’attentato. Una delle due scatole nere (con le voci registrate) è danneggiata, occorreranno settimane a estrarre i dati, lo stesso premier inglese Cameron ammette che finché l’indagine è aperta» il giudizio è cauto. Ma un giornale giordano cita buone fonti e rilancia anche l’ipotesi del missile: un Igla russo agl’infrarossi, sparito dalla Libia e sparato da una montagna del Sinai proprio per ovviare alla sua scarsa gittata. Di sicuro c’è che «l’estremismo islamico nel Sinai è un’emergenza da mesi», dicono dalla Casa Bianca: si scopre ora che gli Usa avevano vietato quello spazio aereo anche ai voli commerciali. E ieri all’alba, quando nel Sud Sudan è precipitato un cargo Antonov con equipaggio russo e armeno, appartenente a una compagnia tagika e diretto nell’Alto Nilo, l’allarme è sembrato ancora più fondato. Non si sa ancora se sia terrorismo e certo non bastano le ovvie smentite dei sudanesi, che non hanno dato nemmeno il numero esatto delle vittime: 25 o forse 41.
Giocando di rimessa, come fa spesso, ricompare anche lo Stato islamico. Prima in un video dall’Iraq: cinque jihadisti che parlano arabo e russo, danno a Putin del «maiale» e promettono altre vendette per l’intervento di Mosca in Siria, «invaderemo il vostro Paese e uccideremo la vostra gente». Poi twittando un audio e tradendo un po’ d’irritazione per lo scetticismo generale che, sabato, aveva accolto la rivendicazione dell’Isis: «Noi non dobbiamo spiegare come sia caduto l’aereo. Ispezionate i rottami, analizzate le scatole nere, comunicateci le vostre conclusioni. Avanti, dimostrate che non siamo stati noi. Spiegateci come sono andate le cose. Noi lo spiegheremo nel modo e nel momento che ci parrà più opportuno». Ma siccome le chiacchiere non bastano, stavolta la voce dà anche un indizio: vi sete chiesti come mai l’Airbus russo sia caduto proprio nel primo anniversario del giuramento di fedeltà, la bay’a , che i jihadisti del Sinai hanno fatto all’Isis?

CORRIERE DELLA SERA

PREVIDENZA E DINTORNI

Esodati, 26.300 salvati dalla settima salvaguardia

Ai blocchi di partenza la settima salvaguardia, che dovrebbe permettere a circa 26mila persone rimaste senza lavoro di percepire la pensione. E’ quanto prevede il disegno di legge di Stabilità 2016, il cui testo definitivo si avrà solo a fine dicembre. Chi sono, in senso tecnico, gli “esodati”? Si tratta in gran parte di lavoratori che, a suo tempo, accettarono la proposta di dimissioni volontarie o risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, formulata dalla loro azienda, in cambio di un’extra-liquidazione solitamente ragguagliata al tempo mancante all’accesso alla pensione. Poiché la riforma Fornero ha posticipato i requisiti pensionistici, queste persone rischiano di avere un periodo, spesso di alcuni anni, non coperto dall’ammontare pattuito per l’esodo volontario. Date le risorse impiegate (la copertura finanziaria è di 2 miliardi di euro spalmati tra il 2016 e il 2023), il loro numero non potrà comunque superare le 26.300 unità. Il provvedimento riordina in qualche modo le già esistenti salvaguardie, con riferimento a:
1) i lavoratori in mobilità (5.300 soggetti);
2) coloro che hanno versato spontaneamente i contributi per raggiungere il requisito (10mila persone);
3) i lavoratori cessati dal servizio prima del 31 dicembre 2012, in seguito ad accordi individuali o collettivi sottoscritti entro il 31 dicembre 2011, a condizione che maturino il diritto alla pensione (secondo le vecchie regole) entro il 7 gennaio 2017 (6mila soggetti);
4) i lavoratori in congedo dal lavoro per assistere i figli con disabilità grave, a patto che maturino i requisiti per la pensione con le regole ante Fornero prima del 6 gennaio 2017 (2.000 soggetti);
5) 3mila ex-lavoratori con contratto a tempo determinato che hanno perso il lavoro tra il primo gennaio 2007 e il 31 dicembre 2011 e che maturino i requisiti per la pensione con le vecchie regole entro il 6 gennaio 2017, sempre che non si siano rioccupati successivamente a tempo indeterminato.
A fronte dei 170.230 posti garantiti dalle precedenti sei salvaguardie, con la prossima il numero totale dei soggetti tutelati sale a 172.466. Dalle 26.300 new entry vanno infatti sottratti 24.064 soggetti che non si sono avvalsi (per mancanza di requisiti) del terzo, quarto e quinto “ripescaggio”.
Un tormentone. Facendo quattro conti, scopriamo che delle risorse stanziate a favore degli “esodati” ben 500 milioni di euro non sono stati spesi e quindi, come prevedono le regole della contabilità, sono finiti “in economia” nelle casse del Tesoro. Così è risorto un problema che, negli ultimi tempi, sembrava archiviato, nonostante vi fossero pressanti richieste per una settima salvaguardia. Man mano che si va avanti nell’applicare il programma delle salvaguardie esce fuori che gli esodati (in grado di far valere requisiti corrispondenti a quanto richiesto) sono meno di quelli stimati e previsti. Non a caso, la sesta misura, nel 2014, è stata possibile grazie ai risparmi ottenuti in almeno tre operazioni precedenti. Alla faccia del clamore che il loro numero (sovrastimato) suscitò ai tempi di Elsa Fornero. Non possiamo dimenticare che la questione degli esodati è stata oggetto di una delle principali critiche rivolte alla riforma delle pensioni varata dall’allora Ministro del lavoro del governo Monti: una legge cui è stata rimproverata un’impostazione in senso simmetricamente opposto a quello riguardante altre riforme succedutesi nel corso di oltre vent’anni. Non resta altro che sperare che quest’ultimo intervento legislativo ponga, una volta per tutte, la parola fine alla vicenda “esodati”.

IO MI ASSICURO

Legge di Stabilità, aumenti minori per le pensioni

Ancora tagli alle pensioni dei mariti, per finanziare l’uscita anticipata delle mogli. Per coprire i costi delle misure di flessibilità in materia di opzione donna, part-time e no tax area, arriva il taglio dell’indicizzazione per le pensioni sopra quattro volte il minimo, superiori a duemila euro. A prevederlo è il disegno di legge Stabilità 2016 (il testo definitivo si avrà solo a fine dicembre), che estende al biennio 2017-2018 il meccanismo d’indicizzazione (cioè l’adeguamento all’andamento dell’inflazione), già in vigore nel triennio 2014-2016 per le pensioni superiori a tre volte il minimo (502 al mese, cioè 1.506 euro). Quindi la misura, che permette di adeguare le pensioni al costo della vita, sembrava una clausola di salvaguardia: alla fine, però, è diventata una vera e propria copertura nella manovra finanziaria.
Aumenti attenuati. Prima della riforma Monti-Fornero l’adeguamento pieno all’inflazione riguardava tutte le pensioni fino a tre volte il trattamento minimo e scendeva al 90% per gli importi fra tre e cinque volte il minimo, e al 75% oltre cinque volte il minimo. Con la legge di Stabilità 2014, le regole prevedono, per il biennio 2015-2016 (allungato ora al 2017-2018 dal disegno di legge Stabilità 2016), che la perequazione automatica venga attribuita al 100% per i trattamenti complessivi fino a tre volte il trattamento minimo; al 95% per quelli da tre a quattro volte il minimo; al 75% per quelli da quattro volte a cinque volte il minimo; al 50% per quelli da cinque a sei volte il minimo e al 45% per i trattamenti complessivi superiori a 6 volte il trattamento minimo.
Potere d’acquisto ridotto. Con la proroga per altri due anni dell’attuale meccanismo s’introdurrà una nuova penalità che andrà a erodere il potere d’acquisto della classe media, in un momento peraltro in cui l’inflazione è rivista al rialzo; il peso di un’indicizzazione ridotta è destinato quindi a essere più forte. Una nuova beffa, considerato che il recente provvedimento sul recupero dell’indicizzazione perduta nel biennio 2012-2013, che ha fatto seguito alla sentenza d’incostituzionalità del “blocco” deciso dalla riforma Fornero, ha lasciato in gran parte a bocca asciutta proprio gli assegni della classe media.

IO MI ASSICURO

 

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